Size / / /

Sull’algoritmo alla base della realtà, della religione e della scrittura di fantascienza

Read in English here.

Nato nel 1981 nella provincia cinese di Guandong, Chen Qiufan è un balinghou - un autore nato negli anni Ottanta - e come tale è uno dei maggiori rappresentanti di quella che nella Cina continentale è stata definita la “generazione giovane” di autori di fantascienza. Il suo lavoro è stato influenzato dagli scrittori cinesi degli anni Novanta, le cui opere sono definite da una molteplicità di stili e forme, unite dalle loro influenze comuni derivate dalla SF occidentale, e dalla cultura degli anni Ottanta che li ha nutriti tutti. Chen Qiufan, soprannominato il “William Gibson cinese” per la sua prosa elegante e per i temi sociali e psicologici presenti nel romanzo sino-cyberpunk, The Waste Tide, centra le sue storie sulla relazione tra uomo e tecnologia. Durante il suo ultimo tour italiano, ha accettato di rispondere ad alcune domande.

Chiara Cigarini: Il tuo primo romanzo, The Waste Tide, sarà disponibile per i lettori anglofoni nell’aprile 2019 (edito da Tor Books) e un’antologia dei tuoi racconti, “L’eterno addio”, è stata appena pubblicata in italiano da Future Fiction. Dopo Liu Cixin, sei uno degli scrittori cinesi più tradotti e letti in tutto il mondo. Come ci si sente a far parte di quello che il professor Wu Yan ha definito una “comunicazione a due vie” della SF cinese con il mondo occidentale?

Chen Qiufan: Durante le prime due ondate di SF cinese, nel tardo periodo Qing e all’inizio della Nuova Era, la Cina ha importato molta SF occidentale in traduzione, ecco perché molti scrittori di fantascienza cinesi, me incluso, hanno letto le storie dei pionieri della SF europea, Jules Verne e HG Wells, e sono stati in gran parte ispirati da autori dell’Età dell’Oro americana come A.C. Clarke, e da scrittori della New Wave occidentale come J.G. Ballard, Philip K. Dick e William Gibson. In tempi recenti, grazie alla traduzione di molte opere di SF cinese rese possibili soprattutto da Ken Liu, scrittori come Liu Cixin e Hao Jingfang hanno vinto il premio letterario occidentale più importante per la SF, il premio Hugo, e così questo genere in Cina è arrivato all’attenzione generale come forma letteraria che non è solo imitazione di modelli occidentali, ma anche una narrativa con forti caratteristiche nazionali, per la sua rappresentazione delle radici culturali cinesi insieme a un presente altamente tecnologico, che è soprattutto cinese. Penso che sia meraviglioso che, grazie alla traduzione, i mondi occidentali e orientali abbiano trovato una piattaforma di dialogo, resa possibile attraverso il linguaggio della SF.

CC: Ken Liu, lo scrittore americano che ha tradotto la maggior parte delle tue storie in inglese, ha svolto un ruolo significativo nel diffondere la fantascienza cinese contemporanea in tutto il mondo. Come vi siete conosciuti e quale ruolo avete avuto nel processo di traduzione, se esiste?

CQ: Oltre a essere un grande scrittore, Ken è un americano con origini cinesi, ed è un grande appassionato di SF: ha il profilo perfetto per un traduttore letterario dal cinese all’inglese. Ci siamo conosciuti via e-mail, alcuni anni fa: stavo leggendo molta SF e mi sono imbattuto in uno dei suoi racconti, “Gli algoritmi dell’amore” (Urban Apnea Editore, 2018), ho pensato che fosse davvero bello e gli ho scritto una mail. Ha risposto subito e abbiamo iniziato a parlare di fantascienza, dei nostri lavori, di traduzione e di tanti argomenti diversi; da allora siamo diventati davvero buoni amici. Più tardi, uno dei miei racconti “Il pesce di Lijiang” (pubblicato in “L’eterno addio”, Future Fiction, 2018) è stato tradotto in inglese e ho chiesto la sua opinione sulla qualità della traduzione. Si è offerto di ritradurlo per me, senza soldi, spinto soltanto dalla passione e dal nostro amore per questo genere. Dopo che la traduzione è stata pubblicata sulla rivista Clarkesworld, Ken Liu ha vinto un premio importante per la traduzione, e così ha capito che sarebbe potuto diventare un ponte tra la SF cinese e i lettori occidentali di lingua inglese: in seguito lui ha tradotto molte delle opere di Liu Cixin e ha aiutato tanti scrittori cinesi ad arrivare ai lettori inglesi. Se non fosse stato per lui, “Il problema dei Tre Corpi” e “Pechino pieghevole” probabilmente non avrebbero vinto il premio Hugo. Riguardo al processo di traduzione, io parlo inglese, ecco perché è stato molto interessante leggere le traduzioni di Ken e osservare il trasferimento di significato da una cultura all’altra. Un esempio interessante è rappresentato dai tempi cinesi: proprio come una specie di spaghetti verbali, la lingua cinese può mescolare passato, presente e futuro senza dover specificare alcun tempo; dall’altra parte, da una prospettiva editoriale occidentale, Ken doveva essere molto preciso nel definire un tempo specifico per ogni verbo. Ho pensato che questa differenza linguistica fosse davvero affascinante.

CC: Una volta hai menzionato il “realismo fantascientifico” e la concezione di iperrealtà di Baudrillard. In che modo questi due concetti sono legati alla tua produzione?

CQ: In Cina la relazione tra SF e mainstream è stata spesso complicata. Sebbene la SF cinese sia stata promossa nel tardo periodo Qing da intellettuali come Liang Qichao e Lu Xun (essendo quest’ultimo il padre della letteratura cinese moderna), nella lunga storia della Cina questo genere è stato spesso criticato o considerato dalla letteratura ufficiale “non abbastanza letteraria” – in questo senso è emblematico “Il problema dei Tre Corpi” di Liu Cixin. Ecco perché una volta ho menzionato il concetto di “realismo fantascientifico” per sottolineare le qualità letterarie di questa narrativa che è in grado di rappresentare la realtà altamente tecnologica della vita quotidiana cinese. Un’idea che ha preso nuove sfumature quando ho iniziato a considerare il concetto di iperrealtà di Baudrillard, che si riferisce al fatto che nella Cina contemporanea la tecnologia è diventata parte della vita delle persone al punto di sostituire la realtà con simulacri tecnologici, che sono semplici imitazioni di quella realtà. In questo senso, credo che la realtà abbia superato l’immaginazione delle persone e la fantascienza sia in grado di rappresentare questo tipo di trasformazione.

CC: La “fratturazione spaziale” e la “desincronizzazione temporale” sono, secondo gli studiosi Arif Dirlik e Xudong Zhang, i tratti che definiscono una postmodernità esclusivamente cinese, uno stato che ritengono essere diverso da quello occidentale a causa della convivenza, in Cina, di condizioni economiche, politiche e sociali pre-capitaliste, capitaliste e post-socialiste. Anche il tuo romanzo, The Waste Tide, sembra essere segnato da una fratturazione spaziale (Cina, America, cinesi d’oltremare) e una desincronizzazione temporale (nell’isola di Silicon e nel suo sistema di clan, il pre-moderno, il moderno e il post-moderno sembra coesistere). Sei d’accordo con questo punto di vista? La tua fantascienza rispecchia il presente postmoderno cinese?

CQ: Questa idea è davvero interessante. In realtà sento di aver sperimentato questo tipo di “fratturazione spaziale” e “desincronizzazione temporale” sin dalla mia prima infanzia. Sono nato in una piccola città della provincia del Guandong, dove credenze antiche e gli ultimi dispositivi tecnologici erano parte della nostra vita quotidiana. A quel tempo, e ancora di più adesso, era come se lo stile di vita premoderno, moderno e postmoderno coesistessero nella nostra vita quotidiana, e penso che questa sorta di frammentazione venga in parte rappresentata in The Waste Tide, dove metto insieme elementi spaziali e temporali eterogenei. Infatti, per la sua familiarità con il passato, il presente e il futuro, la fantascienza può essere in grado di rispecchiare con efficacia tempi e spazi diversi e coesistenti, prodotti da un rapido cambiamento tecnologico ed economico.

CC: In una delle tue storie, “Buddhagram” (pubblicata in “L’eterno addio” Future Fiction, 2018), dipingi un mondo futuristico e altamente tecnologico, che alla fine viene rappresentato in modo misterioso e impossibile da afferrare razionalmente, proprio dal genere che in passato aveva svolto un ruolo importante nel promuovere la scienza e la ragione. Questo passaggio da una spiegazione scientifica a un’incertezza magica è radicata nella cultura tradizionale del buddismo, negli effetti prodotti in Cina da un’introduzione incredibilmente rapida della tecnologia occidentale (che secondo Arthur C. Clarke, se sufficientemente avanzata è “indistinguibile dalla magia”) o è entrambe le cose?

CQ: Oggigiorno penso che la scienza sia diventata una sorta di nuova religione: crediamo ciecamente nella scienza e nella tecnologia perché la maggior parte di noi non capisce l’intero processo alla base. La tecnologia è solo una scatola nera: non abbiamo prove del suo funzionamento, non sappiamo come funziona. In questo senso, la tecnologia è qualcosa di molto simile alla religione e alla magia dei vecchi tempi, proprio come ha detto A.C. Clark. Quindi, da un lato, c’è molta irrazionalità nell’accettazione dei processi scientifici e tecnologici, ed è per questo che diventano una sorta di superstizione. D’altra parte, penso che la scienza e i principi dell’universo, insieme alla religione e alla magia, siano tutti collegati: potrebbero essere tutti gestiti dallo stesso algoritmo, ma non siamo ancora arrivati a comprenderlo. La connessione tra buddismo e tecnologia è molto interessante ed è un approccio molto orientale per comprendere la fantascienza. L’ambiente in cui sono cresciuto era quasi completamente buddista: le vite delle persone si basavano sull’osservanza dei rituali, i principi e la guida del buddismo... tutto prendeva forma a livello religioso e influenzava i meccanismi del mondo; questa è l’idea alla base di “Buddhagram”. Proprio come nel capolavoro di Roger Zelazny, “Signore della luce”, credo che la fantascienza cinese debba essere collegata alla filosofia orientale, che informa le radici della cultura cinese e ha un’eredità che dura da migliaia di anni.

CC:The Waste Tide è stato considerato cyberpunk, un sottogenere letterario collegato a un movimento che si è sviluppato nel mondo occidentale e che ha una forte connessione con la cultura americana degli anni ‘80. Come balinghou (scrittore cinese nato negli anni ‘80), qual è il tuo rapporto con quel decennio, sia americano che cinese?

CQ: Ho ricevuto molte influenze dalla cultura degli anni Ottanta e dai suoi prodotti, come videogiochi, film e serie TV come Star Trek, così come manga e cartoni animati dal Giappone tipo Ghost in the Shell. Tutte queste esperienze mi hanno fatto capire cos’è il cyberpunk ed è per questo che The Waste Tide include alcuni elementi tipici del genere. La differenza, penso, è che il protagonista del mio libro non ha vinto la guerra contro le multinazionali, e ciò è dovuto al fatto che in questo momento l’intero sistema tecnologico sta funzionando non solo sul piano della società, ma anche nella nostra coscienza, nella nostra cognizione, nel nostro corpo, ed è profondamente radicato in noi stessi. Non c’è punk nel cyberpunk cinese, perché non ci sono eroi vincenti, tutti devono andare non solo contro le grandi multinazionali, ma anche contro sé stessi. Questo sistema cibernetico sta funzionando dentro di noi, proprio come un orologio biologico, ed è quello che cerco di esprimere ed esplorare nel romanzo: come il cyberpunk può essere rigenerato in questa nuova era dove non c’è nulla di concreto.

CC: A proposito di scrittori cyberpunk, sei stato chiamato il “William Gibson cinese” e la tua prosa sembra essere una buona combinazione di fantascienza (“guidata dalle idee”) e letteratura mainstream (“spinta dalla bellezza del linguaggio”). Come è il tuo processo di scrittura? In che modo questi due elementi si combinano?

CQ: In Cina, in questo momento, la fantascienza come “letteratura di idee” ha un grande mercato tra lettori e scrittori, ma per me la SF è più che semplici idee, deve essere incorporata nella storia e nella tradizione della letteratura, classica o mainstream. Ci deve essere uno sviluppo al livello di narrazione, di personaggi, d’impostazione del mondo e tutto dovrebbe essere integrato nella storia. Ho imparato molto da William Gibson e forse ho rubato qualcosa da lui, penso che il suo stile mi abbia ispirato molto, anche perché la sua fantascienza è molto più di una storia basata su una buona idea: crea una sorta di atmosfera unica, fatta da sentimenti sottili; dà al lettore un senso di ciò che è il futuro, da qualche parte, e qualcosa che è cognitivamente estraniante. Penso che la bellezza della fantascienza sia proprio questo e che anzi sia l’elemento essenziale di ciò che è una buona fantascienza. Il lettore deve essere scioccato dal testo, dalla stessa narrativa e deve percepire un mondo completamente nuovo. Ecco perché per me sia le idee che lo stile letterario sono molto importanti.

CC: Il protagonista di “The Waste Tide” ha impiantato un occhio artificiale per la realtà aumentata: oltre a essere una sorta di “occhiali a specchio” utilizzati per connettersi con la tradizione cyberpunk come suggerito dalla professoressa Cara Healey, è una sorta di nuovo dispositivo che stai sviluppando in questo momento, qualcosa che pensi entrerà presto nella nostra vita? Qual è il tuo rapporto con la tecnologia?

CQ: L’occhio artificiale di Kaizong è sicuramente connesso agli occhiali a specchio di Molly nel “Neuromante” di Gibson, penso che l’intera idea dei cyborg che percepiscono il mondo in modi nuovi sia molto affascinante: attraverso alcuni miglioramenti sensoriali possono espandere il loro modo di vedere, sentire e toccare, possono anche avere nuovi sensi. Ma questo è anche un fenomeno in fase di sviluppo nella realtà: anche se non è ancora arrivato così lontano, credo che diventerà qualcosa di reale nel futuro prossimo. In realtà, la tecnologia è anche parte della mia vita lavorativa quotidiana, oltre alla scrittura: in precedenza ho lavorato per Google e Baidu, e ora lavoro per una startup di Realtà Virtuale, per questo ho avuto assidue conversazioni con i ragazzi della Ricerca e Sviluppo. Abbiamo cercato di capire come tradurre il linguaggio e la tecnologia in qualcosa che sia completo e attraente per gli utenti e il mercato. Questo processo, in un certo senso, è simile alla scrittura di fantascienza: devi capire come funziona la tecnologia e devi tradurre questa comprensione in una narrazione vivida e seducente.

CC: Il cyberpunk, che è considerato il sottogenere letterario che mescola il campo tecnologico high-tech con la moderna cultura pop underground, presenta anche una combinazione letteraria di due idoli degli anni Ottanta: l’hacker e il rocker. Parlando di idoli, nella Cina contemporanea molti giovani autori come te sembrano godere dello status di rockstar. Come riesci a essere uno scrittore di fantascienza famoso, uno sceneggiatore, l’amministratore delegato di una società di realtà virtuale e il presidente della società della fantascienza cinese?

CC: Si tratta di tempo ed energia. A volte sento che in Cina la scrittura di fantascienza sta ricevendo troppa attenzione. Dopo Liu Cixin, alcune persone hanno aspettative non realistiche sugli scrittori di fantascienza cinesi: ci invitano a partecipare a diversi tipi di eventi, a conversare con scienziati, politici, studiosi... vogliono sapere cosa pensiamo del futuro, sperando di trovare qualcosa di stimolante nelle nostre parole. Ma io penso che gli scrittori di fantascienza non siano profeti, sono solo narratori, ecco perché ci sono sia cose buone che cattive che provengono dalla grande attenzione che riceviamo. Da un lato, abbiamo molti rapporti con i media nazionali e internazionali, dall’altro, questo ci allontana dalla solitudine, e questo può essere davvero difficile per uno scrittore. Per esempio, “Da Liu” è come una superstar che non si ferma mai e deve passare da un evento all’altro. A volte penso che dovremmo fare un passo indietro da tutti questi grandi eventi e palchi, dovremmo liberarci di tutta questa attenzione: è necessario rimanere sobri e pensare a cosa faremo come scrittori. Puoi avere molte identità diverse, ma ne hai sempre una maggiore e una minore: dovendo avere a che fare con queste domande a volte puoi sentirti esausto. Nel mio caso, mi piacerebbe avere un periodo di tempo per stare da solo e scrivere qualcosa senza interruzioni.

CC: Cosa ne pensi delle possibili sinergie tra fantascienza e altri media, come videogiochi, cartoni animati e animazione?

CQ: Penso che rappresenteranno di certo il futuro. Adesso le persone trovano sempre più difficile finire un libro, perché ci vuole energia e tempo, ma per i media come videogiochi, animazioni e fumetti, che sono più facili da avvicinare poiché si ottengono informazioni direttamente dall’immagine, la situazione è diversa. Questo è soprattutto vero per i giovani lettori, che sono già abituati a un nuovo tipo di percezione e narrazione. Ultimamente ho esplorato alcune di queste sinergie, per esempio, ho lavorato all’adattamento a graphic novel di uno dei miei racconti, “Buddhagram”. Può essere complicato perché, come scrittore, devi cambiare il modo di scrivere per adattare la tua storia a un mezzo che ha una timeline diversa e una prospettiva diversa; per me queste sinergie rappresentano una sfida totalmente nuova ma affascinante.

CC: Come ci si sente a partecipare alla fine dell’“Era in cui la scrittura umana è indipendente dall’intelligenza artificiale”? Puoi dirci di più sulla tua storia “The Fear Machine” e come è stata creata?

CQ: So che altre persone hanno fatto questo tipo di esperimento prima: Liu Cixin per esempio ha creato una macchina poetica (un programma che può generare poesie in modo autonomo), e qualcuno in Giappone ha inventato uno scrittore IA, anche se non so quanto a fondo si sia impegnato nel processo di scrittura. Nel mio caso, uno dei miei colleghi di Google mi ha aiutato a sviluppare un programma di “deep learning” dell’IA che poteva imparare dal mio stile di scrittura. Lo abbiamo riempito di tutte le mie storie e ne è uscito un generatore automatico, in cui è possibile inserire una parola chiave e un soggetto e il programma genera in maniera autonomia diversi paragrafi di narrativa. La cosa interessante è che a volte l’intelligenza artificiale produce qualche tipo di frammento di poesia d’avanguardia, molto elegante e sorprendentemente vicino alle frasi di William Gibson, anche se questi paragrafi non hanno logica e sono in qualche modo irrazionali, sono proprio come un flusso di coscienza. Poiché ciò non è davvero narrativa di per sé, ho dovuto includere queste frasi nei miei scritti: ho sviluppato alcune storie intorno a queste frasi generate autonomamente, ed è così che sono diventato colui che aiuta la macchina a scrivere la storia, invece del contrario. Ciò riflette anche la teoria della cibernetica: sembra che la macchina mi stia addestrando a scrivere qualcosa per lei. “The Fear Machine” parla della relazione tra l’intelligenza artificiale e il post-umanesimo: nella storia c’è un’intelligenza artificiale e le sue frasi provengono in realtà da una vera e propria intelligenza artificiale. È una sorta di gioco di parole, un gioco tra letteratura e tecnologia. Proverò nuovi modi per farlo in futuro, non vedo l’ora!



Chiara Cigarini is a Ph.D student in modern and contemporary Chinese literature at Beijing Normal University. Her research deals with contemporary Chinese Science Fiction, focusing in particular on Han Song’s experimental production. She translated a short story by Wu Yan into Italian for the dual language Chinese SF anthology Nebula, published by Future Fiction (2017), and she is currently working on the translation of the novella “Zhuansheng de juren” by Wang Jinkang.
Chen Qiufan (aka Stanley Chan) is a representative member of China's new generation of speculative fiction authors. He is known for his stylistic combination of realism and New Wave,and has been called China's William Gibson. His works have been translated into many languages and received multiple domestic and international awards including nine Chinese Nebula Awards (China's counterpart to the Hugo Award), three Galaxy Awards and a World F&SF Translation Award. His works include the novel The Waste Tide (translated by Ken Liu) and the short story collections Censored and Future Disease. He previously worked for Google, Baidu, and other corporations for nearly ten years. At present, as Vice President of Noitom Ltd., he focuses on the fields of motion capture and virtual reality.
No comments yet. Be the first!

Leave a Reply